I disturbi alimentari

“Per passare da una vita in cui conta solo il peso,
il corpo e la dieta, ad una vita in cui contano altri interessi.
Nutrirsi per stare bene”

I disturbi alimentari sono disturbi finalizzati al controllo del peso, della forma del corpo, dell’alimentazione. Si può cadere in un disturbo alimentare tipicamente durante l’adolescenza. L’adolescenza è una fase della vita che prepara all’età adulta, caratterizzata da grandi cambiamenti soprattutto fisici: di fronte ai rapidi cambiamenti fisici della pubertà, i giovani soprattutto non accettano il proprio nuovo corpo adulto.

L’anoressia e la bulimia nervosa sono i disturbi della nostra epoca: i mass media e i social soprattutto, ci bombardano con immagini di donne e uomini snelli a cui “non manca nulla”. Queste immagini spesso suggeriscono che l’apparenza è più importante dell’identità. Questo aspetto della civiltà occidentale interagisce fortemente con l’eziologia e la genesi patologica dei disturbi alimentari (fattori intrapsichici e biologici) riflettendone la cultura (fattori stressanti familiari e ambientali).
L’anoressia nervosa è il comportamento patologico tipico di chi “si infligge” la fame. Sul piano diagnostico la paura di ingrassare è la spinta motivazionale.

A questa si associano altri tratti caratteristici:
– la perdita di peso al di sotto dell’85 % del peso corporeo minimo per età e altezza;
– la ricerca spasmodica della magrezza.
Questa preoccupazione riguardo il cibo e il peso, è sintomatica di un disturbo dell’immagine di sé: manipolando la quantità e la dimensione del cibo assunto (comportamenti di difesa), la persona si identifica con l’immagine di un corpo ideale.
Le origini evolutive dell’anoressia nervosa sono state individuate nel rapporto conflittuale madre -figlia: la ricerca della magrezza costituisce un tentativo di conferma e approvazione dalla figura materna di cui ci si sente estensione, prolungamento e non individuo separato. Mancando di un senso di identità propria (a cui sottende un sentimento di “non valere nulla” che è ciò che crea ansia e problemi psicologici), si tende a sviluppare un Io non autentico ma modellato tutto sulle aspettative di un’altra persona che in genere è la figura genitoriale. È un Io che rispecchia ciò che gli altri vogliono e si aspettano da una persona (falso sé): questo spiega perché le persone anoressiche abbiano spesso relazioni molto strette, ma anche particolarmente conflittuali, con i propri genitori.
Questa patologia oggi, a causa dell’attenzione dei mezzi di comunicazione per la prevalenza del disturbo, espone anche ad un vero e proprio senso di competizione rispetto all’ essere magri.
L’avidità orale (di amore, compassione e nutrimento che sono le “cose buone”, le qualità che vengono attribuite alla madre) costituisce il nucleo della anoressia nervosa ma essendo inaccettabile (perché lo si percepisce con un sentimento cattivo) si tende a proiettarla sul cibo. E il cibo diventa così il simbolo delle qualità positive che si desidererebbe avere.
Dal punto di vista della comprensione psicodinamica, alla base di questo comportamento ci sono pertanto fattori come:
– un disperato tentativo di sentirsi unici e speciali;
– l’attacco ad un Io falso promosso dalle aspettative familiari e/o ambientali;
– l’attacco ad un’ introiezione materna “ostile”, vista come l’equivalente del corpo;
– una difesa dei sentimenti di avidità e desiderio;
– il tentativo di far sentire gli altri, impotenti.
A questi fattori si integrano distorsioni cognitive come:
– un’errata percezione della propria immagine corporea;
– un pensiero “tutto o nulla;
– un pensiero magico;
– un pensiero rituale e ossesivo-compulsivo.
Questo comportamento “di mantenimento” dell’insoddisfazione corporea (quindi di mantenimento del problema) viene visto come la soluzione ad un problema interno (disturbo dell’immagine di sé).

Gli obiettivi terapeutici devono focalizzarsi strettamente su:
– aumento di peso
– ripresa dell’ alimentazione per acquisire peso
– la terapia della famiglia come buona integrazione alla terapia individuale
– il ricovero ospedaliero che si rende necessario quando si verifica una perdita di peso del 30% del peso corporeo minimo.
Lo psicoterapeuta deve cercare di capire il mondo interno della persona, empatizzare con la sua esperienza interna, con ciò che pensa e sente: l’ansia che prova quando mangia, quindi di capire il disturbo emotivo che sta alla base della disfunzione comportamentale (il non mangiare) per aiutare a difendersi dai propri stato affettivi (approccio empatico, supportino e costruttivo dell’Io).
La psicoterapia non e’ fattibile quando il paziente peso meno di 43 kg.
La bulimia nervosa invece è un disturbo alimentare che ha a che fare con un comportamento disfunzionale eterogeneo dominato da impulsi difficilmente gestibili: è caratterizzato dal fatto che la persona ha frequenti episodi in cui non riesce a smettere di mangiare o non riesce a controllare cosa o quanto sta mangiando.
Almeno il 40-50% delle persone anoressiche sono anche bulimiche mentre la modalità inversa è più rara. Le abbuffate e l’uso eccessivo di lassativi e diuretico, sottendono ad un Io debole e ad una debole capacità di auto controllo. Il nucleo del disturbo sta in una certa quantità di rabbia verso l’ambiente familiare e/o ambientale (conflitto relazionale) che viene spostata sul cibo, “ distrutto voracemente”.
La persona anoressica mantiene il controllo emotivo verso le persone RIFIUTANDO DI MANGIARE, la persona bulimica DISTRUGGE E INCORPORA INGOZZANDOSI: a questo comportamento spesso poi seguono senso di colpa, demoralizzazione e vergogna che motivano il vomito autoindotto e l’assunzione di lassativi e/o diuretici per conservare il peso nella norma.
Il tema centrale nell’evoluzione del disturbo è la difficoltà di fronte alla separazione psicologica dalla figura materna.
L’ingestione di cibo rappresenta il desiderio di simbiosi con la madre, l’espulsione di cibo come tentativo di separarsi da lei (introietti aggressivi o cattivi) le proteine vengono considerate “cibo buono e per questo trattenuto; i carboidrati e i dolci vengono considerati “cibo cattivo, per questo viene consumato abbondantemente e poi espulso mediante vomito autoindotto e/o uso massiccio di lassativi e diuretico (strategie di gestione della rabbia) che espongono però al rischio di lacerazioni gastriche.
Fondamentale nel trattamento terapeutico è la sua personalizzazione per cui un buon approccio a riguardo comprende:
– una psicoterapia cognitivo-comportamentale
– un programma psicoeducativo efficace che empatizzi con gli interessi e le credenze della persona, ai fini di una solida compliance terapeutico
– integrare il trattamento individuale ad una terapia della famiglia perché aiuta a comprendere il ruolo della persona nel proprio sistema familiare
– una psicoterapia di gruppo.

Dr.ssa Mascia Esposito
Psicologa